Federconsumatori

Comunicati

  • Acqua
  • Alimentazione
  • Ambiente e Territorio
  • Assicurazioni
  • Banche
  • Carburanti
  • Casa
  • Commercio
  • Energia e Gas
  • Politica Economica
  • Politica e Società
  • Comunicazione e
  • Politiche Culturali
  • Prezzi
  • Sanità e Farmaci
  • Scuola
  • Tariffe
  • Telecomunicazioni
  • Trasporti
  • Turismo

Per il cittadino

  • Modulistiche
  • Istruzioni per l'uso

 

  • Leggi
  • Sentenze
  • Attività
  • Accordi e Protocolli
  • Relazioni
  • Relazioni Congressuali

Statuto

 

FEDERCONSUMATORI

è una associazione autonoma e democratica di cittadini nella loro qualità di consumatori ed utenti con particolare riguardo a quelli svantaggiati sul piano economico e sociale....

....l'associazione ha come scopo esclusivo la tutela di fondamentali diritti quali: la legalitàdel mercato,la tutela della salute, la sicurezza e la qualità dei prodotti e dei servizi, il diritto ad una informazione corretta e adeguata , la lealtà e la chiarezza della pubblicità, l'erogazione di servizi di interesse pubblico secondo standard di qualità e di efficienza, la difesa degli interessi economici e patrimoniali, ....

 

Versione integrale

 

 

 

Bookmark and Share
Stampa Allegati
Relazione
4/10/2001
RELAZIONE CONVEGNO - “ACQUA UNA RISORSA PER IL NUOVO MILLENNIO”
 

Aprire una discussione ed un ragionamento anche su un argomento di rilevante importanza, in un momento di grave crisi internazionale, come quello che stiamo attraversando, è cosa ardua. Ma noi riteniamo che proprio quando i momenti sono gravi e si determinano situazioni di grave incertezza, che purtroppo dovremo considerare strutturali, e quando di fronte a noi si pone e si porrà sempre di più un dilemma così grande e impegnativo di come contemperare i diritti di libertà con quelli relativi alla sicurezza, valori che tendono generalmente a collidere, ecco, noi riteniamo importante e necessario che si debba mettere in campo una capacità di reazione propositiva: infatti, dalle piccole alle grandi questioni del nostro tempo, qualora esse tendessero con la loro soluzione a rendere il nostro mondo meno squilibrato, più equo e solidale, si debbano dare contributi, piccoli o grandi che siano, al mantenimento di quell'equilibrio così difficile tra libertà e sicurezza, fondamentale per lo sviluppo non solo economico ma sociale e culturale di noi tutti.
In un mondo, quindi che chiede sempre più certezze, oscillano tra la complessità delle questioni e la banalità delle proposizioni, vogliamo aprire questa discussione confessando di avere quindi una certezza di fondo: quella di possedere un dubbio atroce. Ci chiediamo, infatti, che senso possa avere il convegno di una associazione che ha il primario obiettivo di tutelare consumatori e utenti, attorno al problema dell'acqua.
Le ragioni del dubbio si trovano tutti nello stesso concetto di fruizione e tutela: l'acqua può essere intesa come un bene da tutelare, come un qualsiasi bene o servizio che il mercato offre? La fruizione dell'acqua come consumo finale delle persone può essere affrontato con gli strumenti economici ed anche culturali delle regole del mercato? In buona sostanza di chi è l'acqua, che è risorsa naturale, insieme all'aria, e che sono essenziali e indispensabili per la riproduzione di ogni elemento organico del pianeta.
L'acqua ricopre il 70% della superficie della terra, ma il 97% ha un contenuto salino troppo elevato per qualsiasi corretto uso alimentare, agricolo ed industriale.
Del restante 3% di acqua dolce, solo 1/3 è utilizzabile, dal momento che il resto è raccolto nelle calotte ghiacciate dei poli oppure nell'umidità del suolo. Ve ne è quindi poco e male distribuita per poterne fruire tutti. Di contro ve ne è troppa, inquinata e spesso capace di vendicarsi, a causa dell'incuria umana, provocando vittime e danni. Circa 1/5 della popolazione mondiale non ha oggi accesso ad acque potabili. Nel 2025 questa percentuale salirebbe in assenza di adeguati interventi al 40%. Già oggi metà della popolazione non dispone di adeguati sistemi di depurazione idrica. Dal 1970 la quantità disponibile pro-capite a livello mondiale è diminuita del 40%. Ogni anno i morti per cause idrosanitarie sono fra i 5 e i 10 milioni. Ogni otto secondi un bambino muore per malattie legate alla mancanza dell'acqua e circa il 50% degli abitanti dei paesi in via di sviluppo soffre di una malattia collegata alla scarsità idrica. Il 39% circa della superficie terrestre è affetta da processi di desertificazione che interessano 100 paesi e coinvolgono direttamente 250 milioni di persone. E la perdita di reddito imputabile a questo processo è pari a circa 45 miliardi di dollari, oltre l'inevitabile impoverimento della bio-diversità e della stessa produzione alimentare.
A fronte di questo quadro terrificante nel quale non è difficile immaginare quali conseguenze potrà determinare l'effetto “scarsità” sia in relazione all'accentuarsi delle disparità economiche civili e sociali, tra paesi ricchi e paesi poveri, e sia all'incidenza e al condizionamento dei flussi migratori controllati e incontrollati, nonché possibili conflitti tra le nazioni.
Siamo già di fronte alla emergenza e dobbiamo, quindi, sin d'ora assumere consapevolezza e conseguenti atteggiamenti.
Ecco quindi che pur di fronte al dubbio atroce della complessità e della enormità della questione, l'opportunità della nostra iniziativa politica che deve rispondere a queste domande:
- è possibile negare l'uso dell'acqua, a chi non possiede i mezzi per procurarsela? È possibile che nel nostro mondo “globale e moderno” non si è affermato un diritto universale come quello di non morire di sete? Noi riteniamo che: a seconda del tipo di approccio che i singoli paesi assumeranno ed a seconda delle tendenze internazionali e sopranazionali che si determineranno sul problema, a seconda degli atteggiamenti economici e culturali degli individui e di consistenti gruppi sociali nei riguardi dell'acqua, si potranno determinare diverse e differenziate evoluzioni negli assetti economici civili e sociali dell'intera umanità. È quindi facendo nostri i valori della cooperazione e della solidarietà internazionale, che noi intendiamo muoverci, avendo chiaro l'obiettivo che la disponibilità di acqua potabile per uso individuale e per tutti gli abitanti della terra e deve essere assunta come il primo indicatore del grado di civiltà di un paese; e tutto ciò deve diventare precondizione di ogni discussione in tema di globalizzazione dell'economia e del sapere.
Guardiamo ora al nostro paese:
per certi versi, l'Italia pur essendo annoverata tra le nazioni più ricche e moderne, soffre contraddizioni e problemi simili a quelli sin qui tracciati, a partire da una diversa distribuzione delle disponibilità idriche, di forti squilibri per inondazioni e fenomeni di desertificazione, di inquinamento e di utilizzo scriteriato delle risorse, afflitto inoltre da un processo di polverizzazione storico degli operatori che gravitano attorno a questo sistema e da infrastrutture fatiscenti che determinano perdite attorno al 35-45% delle risorse idriche.
Tutto il nostro paese quindi è a rischio acqua. Basterebbe qui citare alcune esemplificazioni: dal grave dissesto idrogeologico che caratterizza il Nordovest, alle gravi questioni relative all'inquinamento della Pianura Padana.
Inoltre siamo in presenza di cedimenti geologici a causa dell'eccessivo sfruttamento delle falde del Ravennate e del Salento. Ma soprattutto il fenomeno oramai consolidato di desertificazione per 16.100 Kmq di territorio pari al 5.35% dell'Italia.
Le zone più interessate da questo processo sono soprattutto le isole, grandi e piccole, le coste del Sud e le regioni Puglia, Calabria, Basilicata, Sardegna e soprattutto la Sicilia con il 36.3% del suo territorio.
La prima considerazione da fare quindi ancor prima delle questioni gestionali ed organizzative del settore, abbiamo piena consapevolezze che affermare in Sicilia le parole d'ordine quali riassetto idrogeologico e il risparmio della risorsa idrica, possono essere quasi fuori luogo.
Ma le motivazioni da cui partiamo non sono solo valide perché questa iniziativa è di carattere nazionale e generale, ma anche perché riteniamo fondamentale e strategica la cultura del rispetto che si deve nutrire attorno alle questioni ambientali e naturali e del risparmio delle stesse risorse essenziali.
Negli ultimi 80 anni si sono verificati nel nostro Paese più di 5mila alluvioni e più di 10mila frane con centinaia di vittime e con oltre 35mila miliardi di danni.
Le cause fondamentali possono essere ascritte a:
- Inadeguatezza degli strumenti urbanistici con insediamenti abitativi, anche abusivi, in aree a rischio.
- Opere infrastrutturali realizzate che oggettivamente ostacolano il deflusso delle acque.
- Scarsissima manutenzione e bonifica dei corsi fluviali.
- Operatività scarsa, soprattutto al Sud di efficaci sistemi di monitoraggio.

Si tratta quindi di porre in essere una reale e concreta politica di prevenzione e manutenzione per evitare costose riparazioni di danni causati dai dissesti ricorrenti, sia attraverso stanziamenti di importanti risorse, sia attraverso un modello attuativo che affidi compiti e responsabilità alle regioni ed ai territori lasciando alle competenze delle istituzioni nazionali compiti di indirizzo e di coordinamento.
Si pensi ad esempio quanto si potrebbe operare per salvaguardare le aree a rischio di frane con interventi agronomici che permettano un nuovo insediamento agricolo nel territorio. Vi sono su questo versante approfondite ricerche e conoscenze su tecniche colturali compatibili con ambienti e pratiche in terreni in pendio che prevengono erosioni e quindi pericoli franosi.
Ma, come abbiamo già affermato, punto centrale di un utilizzo razionale delle risorse idriche deve essere quello relativo al risparmio.
Vi sarà una comunicazione apposita per quanto è possibile fare, nell'ambito delle costruzioni civili, ma quantità più ampie possono e debbono necessariamente derivare da risparmi nella irrigazione in agricoltura, che incide nel fabbisogno di acqua per circa il 70% dell'intero consumo, attraverso il riutilizzo di acque reflue sia depurate che grasse, e sia attraverso la ricerca e la realizzazione di nuovi modelli di irrigazione quali ad esempio quelli a piccola scala. Inoltre un impatto fortemente negativo su tutto il sistema idrico è causato dagli effetti derivanti dai vari inquinamenti e dai condizionamenti causati dai cambiamenti climatici.
Dagli scarichi industriali che immettono numerose sostanze tossiche per gli organismi vitali e vegetali, animali ed umani.
Dagli scarichi civili che producono quantità di materia organica senza possibilità di autodepurazione.
Dagli effluvi dei campi agricoli che veicolano fertilizzanti e pesticidi con tutto ciò che comporta nell'intero ciclo idrico.
Dalle ricadute atmosferiche di piogge acide causate dagli scarichi industriali e dai motori a combustione degli autoveicoli.
Dai cambiamenti climatici, dovuti all'effetto serra, causato dall'inquinamento gassoso, che provoca dissesti idrici con l'accelerazione dei processi di desertificazione.
Ecco perché siamo convinti che bisogna ripensare fortemente a nuovi modelli di sviluppo che siano ecocompatibili, che sappiano dare risposte ai problemi ambientali di oggi, ma soprattutto a quelli di domani, per preservare il pianeta alle generazioni future. Diventa quindi indispensabile portare a compimento gli accordi relativi al protocollo Kyoto, e quello di Stoccolma (così poco conosciuto e pubblicizzato) che mette al bando i prodotti organici inquinanti assai pericolosi, per il ciclo idrico e per l'inetra filiera alimentare, insieme ad altre azioni nazionali sui limiti di tollerabilità dei reflui civili, industriali ed agricoli e quelli di allevamento animale (basti pensare a quelli suini nella Pianura Padana).

LA QUESTIONE DEL SERVIZIO
Come sappiamo vi è una strettissima correlazione tra le questioni relative agli investimenti del settore, la sua riorganizzazione e quindi la qualità dell'acqua e la sua tariffa. Intanto una prima considerazione: l'andamento degli investimenti del nostro paese sull'intero ciclo idrico in questi ultimi anni è andato fortemente decrescendo. Se andiamo a vedere, la curva delle risorse investite opera in maniera opposta alle domande di consumo dell'intera popolazione. Perciò, mentre aumenta il fabbisogno nazionale dei consumi, gli investimenti, fatto 100 l'intera spesa nel 1985, scende di circa 2/3 alla fine degli anni 90. Peraltro l'erogazione complessiva si attesta su 6miliardi di metri cubi /anno con un fatturato di circa 6500miliardi, cifra che non a caso è più o meno identica a quella che gli italiani spendono per il consumo di acqua minerale, ponendoci, come consumatori in testa alla classifica mondiale.
Altri dati confermano inoltre che solo l'80% della popolazione residente può utilizzare un sistema fognario e la percentuale scende al 60% per quanto riguarda il dato di incidenza della depurazione delle acque reflue sempre relativamente alla densità della popolazione.
Ma il dato che dovrebbe far maggiormente riflettere è che l'intero sistema di adduzione e distribuzione registra perdite di acqua pari ad una media del 33% nell'intero Paese con picchi del 40-45% nelle regioni meridionali.
Come si evince facilmente da questi dati, sono necessari interventi massicci per la manutenzione e l'innovazione in questo settore, contestualmente alla necessaria riforma del settore, che oltretutto sconta inaccettabili ritardi, poiché in caso contrario sconteremmo un ulteriore abbattimento di efficacia degli impianti dell'intero ciclo idrico, che aggraverebbe l'attuale situazione. Vorremmo peraltro, ricordare la rilevanza che un processo di forti investimenti comporterebbe in tema di occupazione diretta ed indiretta, sia relativamente alle opere di ricostruzione, di manutenzione e di innovazione, sia per quello che una tale infrastruttura funzionale realizzerebbe negli altri settori dell'industria del turismo e dell'agricoltura.
Abbiamo ancora adesso presente quanto denunciato, recentissimamente e a gran voce, dalle stesse organizzazioni degli operatori agricoli, di come abbia pesato soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia la carenza idrica per la produzione agricola.
Si tratta perciò, anche in relazione a quanto contenuto nella finanziaria 2001 e ai contributi della Comunità Europea, di realizzare piani di investimento di circa 5.000 miliardi annui per più di un decennio che sia in grado di riassestare ed innovare tutte le infrastrutture necessarie al funzionamento ottimale dell'intero ciclo idrico.
Ma dopo 7 anni dalla promulgazione della legge GALLI, che abbiamo peraltro sostenuto e che consideriamo una delle normative più avanzate in campo Europeo, pochissimo è stato fatto.
Questa legge dotava finalmente il settore di norme e regole per un riassetto ed una riorganizzazione basata su un profondo processo di liberalizzazione e privatizzazione della gestione industriale, mantenendo compiti di indirizzo e controllo in mano a responsabilità pubblica, al fine di realizzare maggiore efficacia ed efficienza per l'intero ciclo. Oggi dobbiamo purtroppo registrare l'estrema lentezza relativamente alla fase di realizzazione, che si avvicina ad un vero e proprio fallimento degli obiettivi che erano alla base del progetto di riforma.
Il settore, infatti, è ancora caratterizzato da una estrema frammentarietà, basti pensare che il numero delle imprese è attestato ancora a circa 10.000 di cui la metà, in regime di economia (cioè gestiti direttamente dai comuni). Ciò rende l'idea di quanto poco si sia fatto in tema di un riassetto razionale ed efficace. Risulta allora chiaro ed evidente che la questione di fondo rimane ancora quella di praticare soluzioni organizzative, tali da realizzare modelli gestionali più efficienti, sganciati da regole burocratiche collegate a norme della pubblica amministrazione, puntando ad una integrazione delle varie fasi dell'intero ciclo idrico: dalla captazione del prodotto sino alla depurazione ed alla discarica.
Ma noi riteniamo che si dovrebbe andare oltre, compiendo successive integrazioni nell'ambito più generale dei servizi pubblici. La costituzione di aziende multiutilities che sappiano realizzare sinergie ed economie di scala oltre che rapporti maggiormente semplificati tra i vari servizi ed i cittadini. In buona sostanza l'obiettivo deve essere quello di creare imprese che sappiano operare al meglio sul territorio dove sono nate e che sappiano operare in competizione a gara per la gestione dei servizi nelle altre realtà territoriali del Paese.
Questo è un punto strategico della questione acqua. Infatti si deve ritenere che anche un processo che riesca ad aggregare per ogni provincia nel nostro paese un soggetto imprenditoriale integrato, non sarà mai una risposta adeguata alle esigenze. Definire, infatti, 120 soggetti operanti nel ciclo idrico condanna, nella prospettiva, il sistema imprenditoriale ad un ruolo asfittico con poca massa critica, preda di altri e importanti soggetti e, comunque inadatto a svolgere funzioni strategiche come già affermato allora. Si tratta di realizzare nel nostro Paese attraverso varie integrazioni sia di filiera e sia di altre diversificate grandi aziende che possano svolgere un forte protagonismo aziende come l'ENEL, l'ACEA ed il più grande sistema di gestione idrica come l'acquedotto pugliese.
È con questa impostazione che noi riteniamo sia importante riprendere la filosofia del progetto di legge nei servizi pubblici che non è stato approvato nella passata legislatura.
Ed è con identiche motivazioni che riteniamo sbagliato che vi sia una legge delega su tale materia come abbiamo appreso dai testi della recente legge finanziaria. Noi riteniamo infatti necessario che sui tali questioni vi sia un ampio dibattito in Parlamento ed un serio confronto con le parti sociali e con le associazioni dei cittadini.
È un fatto quindi che l'andamento temporale della politica di riorganizzazione gestionale non può essere più quello di prima, per le motivazioni che abbiamo addotto. Dobbiamo rompere interessi consolidati e sedimentati che si oppongono se non a parole con i fatti alla riforma. Si rende quindi necessaria una accelerazione dei processi per rispondere in positivo alle esigenze dei cittadini e degli utenti e alle necessità più complessive del Paese. Per fare ciò non sono più sufficienti le denuncie o gli accorati appelli perché si risolvano i problemi. È necessario quindi saper costruire, attorno a questa questione svariati interventi ed iniziative: innanzitutto realizzare un movimento rivendicativo il più ampio ed articolato possibile in ogni territorio dove vi sono le responsabilità amministrative e di gestione, perché vengano definiti, con tempi e modalità certe, piani di realizzazione sia di assetti funzionali che di fruizione dell'acqua, coinvolgendo la cittadinanza e avendo cura di denunciare pubblicamente responsabilità e ritardi per le omissioni degli obiettivi definiti. Su questo versante l'iniziativa dovrebbe tendere inoltre a valutare quali strumenti siano necessari da mettere in campo per agevolare sia i processi di riaggregazione, coerenti con la riforma, sia l'investimento di ingenti capitali che necessitano immediatamente. Qui il ruolo della finanza di progetto (Project financing) diventa essenziale, essendo il settore idrico a forte redditività differita, poiché con questo sistema che si basa sull acapacità di ripagare le risorse investite con flussi di cassa favorisce l'unità tra momento di realizzazione dell'infrastruttura e quello della gestione, evitando così fratture pericolose. Ma per fare funzionare il sistema è necessario definire una serie di garanzie, sia relativamente al finanziamento (ad esempio tra pubblico e privato), sia rispetto ai diritti ed eventualmente al ruolo di colui che sottopone il progetto alla proprietà pubblica, sia ad una serie di semplificazioni amministrative in tema di bandi di gara, di autorizzazioni burocratiche,ed infine di normative specifiche di incentivazione fiscale. Inoltre noi riteniamo che si debba proporre la costituzione di una Autorità nazionale con articolazioni regionali, dotate di poteri di sanzioni per il mancato rispetto dei programmi.
Sappiamo benissimo che simili questioni, assai delicate e complesse attengono sia alla sfera della decisionalità strettamente politica, sia a questioni di libertà d'impresa, di cui non è possibile non tenere conto. Ma insistiamo non è più pensabile che su una questione così vitale per il cittadino non si riescano a definire regole e comportamenti più cogenti, sia sul versante delle responsabilità politico-amministrative, sia su quello della gestione industriale. Ma tutto ciò perla delicatezza della questione lo poniamo come contributo alla discussione e all'approfondimento relativo. Questi processi: di risparmio, di investimento per mantenimento ed innovazione e di riorganizzazione produttiva, incidono e condizionano ovviamente le tariffe, la qualità e soprattutto l'universalità del servizio idrico. Siamo perciò consapevoli che il criterio della definizione del sistema tariffario poggi su questi due parametri. Da un lato la definizione di un canone minimo e dall'altro legare sempre più nel tempo la tariffa alle quantità dei consumi fruiti. Questo schema risponde al problema reale di avere contestualmente all'erogazione certezze di introiti che rispondano almeno parzialmente ai necessari investimenti ed alle esigenze sopra menzionate. La seconda questione è che su questo tema il mutamento che si sta realizzando è di grande portata ed è appena all'inizio.
È chiaro a tutti che le tariffe in un sistema di regolazione dei servizi che sia correlato ai principi di liberalizzazione e quindi di separazione tra responsabilità politica e gestione, non possano più costituire quella leva di politica economica e sociale utilizzata per un cinquantennio dai governi nazionali e locali. Nel sistema che vogliamo che si affermi, le tariffe, pur ancora soggette a decisioni di organismi pubblici, dovranno tendere a ripagare i costi di gestione ripartendo l'intervento delle finanze pubbliche nel brevissimo termine a limiti tendenzialmente nulli, anche perché lo sappiamo che quando ciò non si verifica il cittadino comunque paga, ad esempio attraverso l'incremento della fiscalità territoriale, come l'ICI.
Noi ovviamente concordiamo con questo indirizzo ma esigiamo che funzionino al meglio i controlli e tutti i meccanismi di concorrenza per il mercato e nel mercato quando ciò sia possibile. Altrimenti si rischia di far pagare agli utenti (ed anche allo Stato) le inefficienze, i ritardi, le incapacità dei gestori.
Inoltre punto irrinunciabile per l'impalcatura generale che abbiamo in mente è che il meccanismo di PRICE – CAP deve diventare la regola, in quanto esso prevede un parametro di riferimento certo, quale il tasso di inflazione e per contro la produttività aziendale, ambedue fattori controllati e sotto la sovrintendenza di un decisore imparziale che deve essere un organismo pubblico.
Ma il punto che interessa a tutti, cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche è che questo meccanismo non sia assunto come una fonte sicura di incrementi tariffari e che il soggetto che decide, riesca effettivamente a controllare la qualità del servizio, superando le oggettive asimmetrie informative.
Allora la questione che si pone concretamente è: pagare si, ma per che cosa? Se ciò è vero, il controllo sul funzionamento e sulla qualità diventano elementi decisivi. In questo quadro, stabilita una reale fruizione del prodotto e di certificata qualità (i cui dati di analisi scientifica devono essere pubblicizzati attraverso lo stampato della bolletta) l'obiettivo principale, in tema di tariffe, non dovrà essere esclusivamente la loro diminuzione, anche se auspicabile e da perseguire, ma dovrà essere quello di ottenere la migliore tariffa compatibile con una determinata qualità del servizio. Altrimenti, senza queste caratteristiche, il sistema realizzerà erogazioni di acqua di qualità scadente, viceversa saremmo in presenza di forti inefficienze del sistema, per cui bisognerà pagare a costi aggiuntivi come accade qui al Sud per cui oltre a quelli della tariffa bisognerà aggiungere i costi irrazionali legati sia al mantenimento di organizzazioni quindi ormai strutturali e correlati ai microimpinti (pompe elettriche – contenitori e serbatoi), necessari ad ogni famiglia che deve avere una sicura continuità dell'erogazione. Siamo ora giunti alla conclusione del nostro ragionamento. La nostra intenzione è quella di aprire un dibattito-confronto che deve necessariamente essere arricchito dal contributo delle forze politiche, sociali e culturali del paese. La nostra ambizione per la verità è quella che si possa costruire un grande fronte di forze nella nostra società perché in questo versante che abbiamo definito senza ombra di dubbio essenziale per lo sviluppo sociale e civile, vi sia una risposta certa, chiara e soprattutto rapida su uno dei problemi che più ci assillano. Qualora non affrontata seriamente, la questione rappresenterebbe uno dei problemi più gravi del nostro paese, per noi e per le generazioni future. E questo, noi, non ce lo possiamo permettere.

 
 
Stampa
 
Federconsumatori - via Palestro 11 - 00185 Roma
Tel. 06.42020755-59-63 Fax. 06 47424809
email federconsumatori@federconsumatori.it

 

Copyright © 2008 Gualtiero Colella

Federconsumatori roma

risarcimento migliaia di euro per processi lunghi legge pinto giustizia lenta

prima di stipulare finanziamenti recati alla federconsumatori roma