Agroalimentare italiano
Il mercato delle imitazioni
va sempre più forte
• Viola Conti
Da sempre il made in Italy è segno distintivo della tradizione e della cultura del nostro paese. La globalizzazione del mercato ha creato nuovi stimoli ma, ha messo in luce nello stesso tempo, le lacune del sistema Italia ancora più bisognoso di sinergie fra gli stessi operatori economici. La restrizione dei consumi sul mercato nazionale interno e l’euro sempre più forte a livello internazionale, hanno messo in crisi la produzione italiana dal settore tessile, al calzaturiero, dall’arredamento all’agroalimentare.
In questo contesto, il fenomeno della contraffazione ha trovato ancora di più terreno fertile nel settore dei prodotti agroalimentari: pasta, vino, olio, formaggi ecc. I prodotti di imitazione, costano meno e dunque sono più concorrenziali e alla portata di tutti, specialmente di coloro che rientrano nelle fasce di reddito più basse.
La Comunità Europea ha fatto dei passi avanti a sostegno di alcuni prodotti tipici italiani (14 su un totale di 44 a livello europeo) che hanno avuto il riconoscimento dop e igp, ma siamo ancora lontani dal traguardo: negli USA gli stessi prodotti non sono tutelati, in quanto il Wto (l’organizzazione del Mercato Mondiale) non considera reato l’imitazione di un marchio, come al contrario fa la UE che addirittura la ritiene atto illegale, e quindi punibile.
Non dobbiamo dimenticare che gli USA sono il primo importatore dei prodotti made in Italy ed anche il primo consumatore di prodotti di imitazione. Da una ricerca di Indicod-Nomisma, che ha fotografato il mercato americano dei prodotti contraffatti, si evidenzia un dato allarmante: la vendita dei prodotti imitativi supera di oltre 10 volte quella dei ‘veri’ prodotti italiani, per un giro di affari che supera i 160 miliardi di dollari.
Nel dettaglio, il prodotto più imitato è la famigerata pizza che rappresenta il 18,6% del totale delle imitazioni, cui seguono la pasta, salse, condimenti, olio e vino. Fra gli stessi prodotti italiani originali, in grado di tenere testa ai prodotti imitativi, pasta vino e olio sono quelli che raccolgono una fetta di mercato più ampia.
La stessa Federalimentare, in una ricerca sul mercato dei falsi, ha registrato che il fenomeno cosiddetto dell’"italian sounding", ossia dei prodotti che "suonano" come italiani, raggiunge negli Usa e nel Canada il 70% del totale. Non è una novità che il popolo americano straveda per il made in Italy.
I locali, i ristoranti, i negozi più "cool" sfruttano l’immagine dei nostri prodotti per valorizzare il proprio business e far soldi. Che dire del Parma ham canadese, della Mozzarella newyorkese, del Reggianito argentino e dell’olio di oliva Pompeian californiano? Per arginare questa drammatica situazione l’Italia deve prendere seri provvedimenti.
In questo senso, Indicod ha creato una giunta agroalimentare, cui fanno parte esponenti delle organizzazioni industriali e distributive, delle istituzioni e delle associazioni dei consumatori con l’obiettivo di trovare soluzioni di filiera basate sui principi di standardizzazione e condivisione.
Questo è un primo passo per fare rete da parte di tutti gli attori coinvolti e creare una strategia unica. È impensabile oggi che ogni singolo operatore economico possa riuscire a tutelare i propri marchi ed essere competitivo sul mercato internazionale, per questo l’ottimizzazione del rapporto tra imprese della produzione e della distribuzione si rende ancora più necessaria.