"L’uomo di Leonardo"

al posto di "Made in Italy"

 

 

Federconsumatori vuole vederci più chiaro sulla proposta del ministro Marzano

• Antonio Ruda

 

La lotta alla contraffazione all’interno del Mercato europeo e in quello nazionale trova un ostacolo nella mancanza di norme vincolanti in tema di marchio. Al contrario dell’Italia, un numero consistente di Paesi europei non ritengono la questione del marchio un utile strumento nella lotta alla contraffazione. La Commissione Europea ha individuato tre diverse modalità di introduzione del marchio di origine:

1.         un marchio di origine facoltativo sia per le merci comunitarie sia per quelle provenienti da Paesi terzi che vengono commercializzate all’interno del mercato comunitario;

2.         un marchio facoltativo per le merci originarie dai Paesi UE ma obbligatorio per quelle di origine extracomunitaria;

3.         un marchio di origine obbligatorio in ogni caso.

La posizione italiana si può riassumere nell’accettazione di un marchio UE per le merci destinate al mercato comunitario ma condizionata all’adozione del marchio "made in Italy" contemporaneamente all’indicazione della provenienza dai paesi UE: la dicitura made in Italy/ UE sembra essere l’opzione più gradita dal Sindacato, dagli artigiani e dalla grande industria, nonché dagli stessi consumatori. Federconsumatori ritiene che un sistema di etichettatura obbligatoria rappresenti la condizione essenziale per affermare il diritto all’informazione del consumatore e metterlo in grado di giudicare la congruità del prezzo in rapporto alla qualità del prodotto. Non bisogna dimenticare, inoltre, che i consumatori di altri Paesi, come Giappone e USA, che dispongono di un sistema di etichettatura obbligatoria, sono più tutelati e informati dei consumatori italiani ed europei. Nei settori come quello del tessile e abbigliamento la mancanza di norme vincolanti in tema di marchio di origine si ripercuote su diverse aspetti della lotta alla contraffazione:

           l’assenza di regole determina l’impossibilità di creare un sistema di "tracciabilità" del prodotto.

           l’assenza di un marchio regolamentato indebolisce le stesse clausole sociali in tema di rispetto dei diritti dei lavoratori e di proibizione del lavoro minorile presso i Paesi di provenienza delle merci. In questo senso verrebbe leso il diritto del cittadino a un "consumo etico". A questo proposito è importante ricordare che l’ordinamento comunitario impedisce l’introduzione, a livello nazionale, dell’obbligo di indicazione dell’origine per le merci provenienti da Paesi extra comunitari in quanto la politica commerciale dell’UE è di competenza esclusiva della Comunità europea

           un aspetto non secondario riguarda la salubrità dei tessuti. Esistono, infatti, fattori di rischio per la salute legati alla cattiva qualità del tessuto. È stato provato che un gran numero di dermatiti viene provocato da prodotti tessili di cattiva qualità. Il marchio di origine permetterebbe di verificare l’esistenza di una corrispondenza fra origine del prodotto e casi di danni alla salute.

Quali sono i motivi del mancato accordo a livello comunitario sull’obbligo del marchio di origine? Dal dibattito su questo argomento emerge che uno dei motivi principali riguarda la diversa specializzazione produttiva e commerciale fra i Paesi UE. Le economie maggiormente specializzate nella commercializzazione, piuttosto che nella produzione, rifiutano norme vincolanti in tema di marchio di origine. Naturalmente ciò contrasta con gli interessi dell’Italia che nel marchio "made in Italy" riscontra un riconoscimento di qualità in tutto il mondo.

Alla luce di quanto detto appaiono del tutto inadeguate le misure previste dal Ministro Marzano per la lotta alla contraffazione. Fra queste vi è l’istituzione di un marchio collettivo (l’Uomo di Leonardo) previsto per i prodotti italiani di "particolare qualità". Questo aspetto dell’iniziativa del Ministro ha suscitato le critiche di consumatori, sindacati e produttori, principalmente, perché:

           crea confusione rispetto al classico e affermato "made in Italy" che verrebbe penalizzato rispetto alla situazione attuale

           non definisce i criteri di qualità dei prodotti per l’assegnazione del marchio collettivo;

           non spiega quali fasi produttive della trasformazione industriale sono interessate dall’annunciato marchio collettivo. Questo aspetto è di fondamentale importanza per un settore come quello del tessile abbigliamento, interessato da numerosi passaggi produttivi, prima di giungere al prodotto finito.

L’iniziativa del Ministero delle attività produttive appare un’azione di ripiego rispetto ad una seria battaglia da intraprendere all’interno della Comunità Europea per salvaguardare il marchio "Made in Italy" e dare certezze ai consumatori, non solo italiani, che vogliono consumare e acquistare "italiano". Per questi motivi Federconsumatori si impegna, nell’ambito della lotta alla contraffazione, a condurre una campagna informativa sulla questione del marchio di origine presso i consumatori italiani ed esteri ma anche nei confronti delle altre associazioni consumeriste europee.

 

 

 

 

Produzione e contraffazione nel sistema moda

Dati riferiti al 2002 Valori in milioni di euro

Valore della produzione 85.211 Incidenza sul PIL 6,8% Valore aggiunto 25.045 Valore delle esportazioni 27.156 Valore delle importazioni 13.545 I consumi degli italiani di prodotti di tessile - abbigliamento 71.600 Consumo di tessile - abbigliamento sul totale dei consumi 9,4% Valore della contraffazione 15.000 Contraffazione sul consumo di prodotti del tessile - abbigliamento20,9%

Fonte: elaborazione Federconsumatori su dati ISTAT e Federabbigliamento