Medici abbandonati
a se stessi, assieme ai malati
Intervista al dott. Stefano Biasioli, presidente Cimo-Asmd
Nessuno sciopero previsto per l’8 e il 9 marzo prossimi
• Roberto Lamura
Il mondo della sanità pubblica vive da qualche anno una profonda trasformazione. La riforma federalista l’ha affidata alle regioni, la cui preoccupazione è far quadrare i bilanci e contenere la spesa. La ristrutturazione, però, lungi da dare risultati di buona sanità e gestione, sta emarginando sempre più il malato, stretto nella lotta tra pubblico e privato. Anche la categoria dei medici ospedalieri, sempre più ostaggio dei direttori generali, è scesa in strada, incrociando le braccia, il 9 febbraio perché ormai oberata da una situazione sempre più critica. L’astensione è stata altissima tra l’80 e il 90%. Un segnale importante. Questo mese Robin dedica la sua pagina di riflessione al tema della sanità, ospitando il dott. Stefano Biasioli, presidente Cimo-Asmd, uno dei maggiori sindacati dei medici ospedalieri.
Presidente Stefano Biasioli, il malessere che vive la sanità ha intaccato anche la categoria dei medici a tutti i livelli. Può ricordare le ragioni che vi hanno indotto a scioperare lunedì 9 febbraio?
Esse sono molteplici, ma cercherò di sintetizzarle. Innanzitutto il sottofinanziamento del Fondo Sanitario Nazionale. Il percorso, ancora incompleto del federalismo sanitario. Lo strapotere dei Direttori Generali con una eccessiva discrezionalità sulle scelte, dai macchinari al personale alle forniture generiche. Il mancato finanziamento del contratto 2002-2003. Prevaricazione delle Regioni e latitanza del Governo, che non ha modificato una sola virgola della riforma Bindi.
Perché avete programmato un secondo sciopero l’8 e il 9 marzo?
Non sciopereremo l’8 e il 9 marzo, per dare tempo a Governo e Regioni di prendere le decisioni in merito alle nostre istanze. Ma dopo il 10 marzo, la nostra pazienza non potrà durare a lungo. Le istituzioni sono avvertite.
Non crede che nella lotta di rivendicazione tra voi e la politica di governo possano andarci di mezzo le persone che si rivolgono alla sanità pubblica?
Come categoria siamo la meno "scioperaiola", sono pronto a scommettere. Le urgenze sono sempre garantite ed i turni di servizio vedono presente un numero di medici superiore a quello presente la domenica o nelle festività infrasettimanali.
Presidente, com’ è cambiato il ruolo e la figura del medico ospedaliero negli ultimi anni?
Il medico ospedaliero si è, spesso e purtroppo, impiegatizzato e burocratizzato.
Perché?
La pseudo aziendalizzazione della sanità ha portato ad una eccessiva attenzione ai costi, sminuendo il valore del rapporto costo/qualità. A chi interessa, oggi, nella sanità pubblica, la qualità dell’atto medico?
Un denuncia pesante la sua. Biasioli, la trasformazione della figura del medico ospedaliero in che misura ha inciso sulla qualità del rapporto con il malato?
L’eccesso di burocrazia ha ridotto tutti i tempi professionali "classici", rubandolo a quello più prezioso che una volta il medico dedicava al paziente. Le conseguenze? L’esplosione del contenzioso medico legale e l’impennata del numero delle cause, civili e penali, a carico dei medici.
Secondo lei, la politica di governo in generale, la prospettiva federalista e di ‘aziendalizzazione’ della sanità offre sufficienti garanzie alla vostra categoria e ai malati?
No. Poche garanzie per i medici, per i medici laureati-sanitari, per gli operatori sanitari e in ultimo, e ancor peggio, per i pazienti. Ventuno diverse sanità, tante quante le regioni, diverse per tickets, per regole (la mobilità, ad esempio), per risposte qualitative e quantitative. E ancora diversità di standard per attrezzature, comforts e rete ospedaliera.
Presidente Biasioli, Vi sentite subalterni ai manager sanitari? In altre parole ritiene che la sanità sia ostaggio dei direttori generali, a loro volta designati dai politici?
Numerosi articoli della legge Bindi vanno cambiati. I manager monocratici vanno sostituiti con consigli di amministrazione che siano rappresentativi degli ambiti politici della provincia e dei comuni. Il CdA avrà la responsabilità di designare il il Direttore Generale, le figure dirigenziali (scelti sulla base di concorsi trasparenti), delle strategie sia tecniche che di raccordo con la Regione. Quello che chiediamo e di rivedere l’impianto di gestione in una chiave più democratica e rappresentativa della realtà.
Oggi una persona che si rivolge ad una struttura pubblica, si sente sufficientemente tutelato?
Si. Quasi dovunque e quasi in ogni settore specialistico. Esistono, però, gravi "buchi" nel sistema. Ad esempio decine di "punti parto a rischio", dove contro la norma ed il buon senso, ginecologo, pediatra e anestesista, prestano servizio solo attraverso al ‘reperibiltà’ e non in guardia attiva.
Qualè il salto di qualità indispensabile per riportare al centro della sanità pubblica, gli interessi e la tutela del malato?
Secondo la CIMO occorrerebbe realizzare quanto segue: definire al 100% le competenze del Governo, del Ministero della salute, delle Regioni e dei Comuni in materia di sanità. Finanziare la sanità adeguatamente portando l’attuale 5,88-6% del PIL almeno all’ 8,2-8,5%. Riformare la legge Bindi. Elaborare un Testo Unico della Sanità, che includa anche gli apetti assicurativi. Modificare le regole contrattuali sia del personale che convenzionato che dipendente. Creare regole uguali per l’intero comparto ospedaliero, con un’unica modalità di pagamento: ad esempio sulla base di un tasso programmato di ricovero. Valorizzare carriera e percorsi professionali. Potenziare le strutture ambulatoriali, attivandole almeno 8 ore al giorno. Formare tutto il personale medico alla nuove tecniche di comunicazione.