Contraffazione e sistema moda: intervista a Oreste Baioni, (presidente Cna - Federmoda)

 

Promuovere il vero made in italy e puntare sulla qualità: questa la ricetta per battere la contraffazione nel sistema moda

 

di Viola Conti,

Antonio Ruda

 

Oreste Baioni dal 1998 ricopre la carica di Presidente di CNA Federmoda (Tessile, Abbigliamento, Pelle, Cuoio e Calzature) e membro del Comitato Tecnico dello stesso Osservatorio istituito presso il Ministero dell’Industria. Dal 1999 fa parte del tavolo per l’internazionalizzazione del sistema tessile abbigliamento- Moda Italia istituito dal Ministero per il Commercio con l’Estero. Dal 2001 è responsabile nazionale del Comitato PMI. Negli anni 2002-04 è stato incaricato dall’ICE (Istituto per il Commercio con l’Estero) per eseguire missioni commerciali e di studio in Russia, Bielorussia ed Ucraina.

Quali sono i principali problemi della contraffazione nel sistema moda visti nell’ottica delle piccole imprese e dell’artigianato?

Le piccole imprese e l’artigianato in particolare subiscono l’effetto della frode legata alla contraffazione in due sensi. Quella tipica del prodotto contraffatto e quella, molto più lesiva, legata all’etichettatura erronea, o falsata, del Made in Italy, prodotti, cioè, che non hanno diritto al marchio ma che vengono comunque etichettate Made in Italy, impossessandosi indebitamente di quel valore aggiunto proprio della filiera italiana. In questo modo si ha una concorrenza sleale che si abbatte sul Sistema Moda che rappresenta il 10-25%, del valore aggiunto incorporato nelle esportazioni. Distruggere la filiera del sistema moda dopo decenni di duro lavoro significherebbe perdere un grosso patrimonio, proprio dell’Italia e più in generale dell’Europa, entrambe caratterizzate da sempre da una forte industria manifatturiera.

Dal punto di vista del consumatore quali sono le conseguenze e i rischi della diffusione di prodotti contraffatti nel Sistema Moda?

I consumatori, acquistando un prodotto del settore Moda, hanno il diritto di usufruire di un prodotto sicuro che non crei loro danni alla salute. In Italia in questi ultimi anni si sono raggiunti degli standard di eccellenza che hanno reso il prodotto nazionale ottimo sotto tutti i punti di vista. La stessa cosa non avviene in altre parti del mondo, vedi la Cina, l’India, il Pakistan dove esiste lo sfruttamento di manodopera minorile e l’utilizzo di prodotti inquinanti e dannosi per la salute. Ne è un esempio tipico l’utilizzo del colore nero da parte di molti Paesi extra-europei dove questo colore è ottenuto con sostanze tossiche, con un costo di produzione inferiore perfino di 10 volte rispetto alle merci lavorate nel nostro Paese, ma che è in grado di provocare dermatiti ed altre reazioni allergiche. Ciò avviene perché non vi è un controllo sulla distribuzione, a dispetto della legge esistente. Manca perfino l’obbligo dell’etichettatura per ogni singolo capo con un marchio di origine aziendale e quindi tale da permettere di risalire all’origine. Esistono, inoltre, norme sull’etichettatura a garanzia dell’importatore, che però non vengono mai applicate, anche se lo stesso importatore, che molte volte coincide con la grande distribuzione, dovrebbe essere responsabile di ciò che vende e fare i dovuti controlli. Questo non avviene e così vengono commercializzati prodotti a basso costo ma di scarsissima qualità e senza garanzie di sicurezza per il consumatore. Bisognerebbe invece arrivare a fare delle analisi sulla merce in vendita per arrivare ad una certificazione Ecolabel capace di garantire totalmente l’acquirente. Ma la grande distribuzione non vuole compiere questo passo che certamente porterebbe ad una diminuzione delle vendite a basso costo. La piccola e media impresa artigianale italiana, che basa le proprie produzioni sulla qualità e che non ha la possibilità di trasferire le proprie produzioni all’estero, si trova, quindi, in una situazione di grave difficoltà.

Perché ci sono tanti problemi e ostacoli all’introduzione di un marchio obbligatorio e alla creazione di un vero sistema di tracciabilità in Europa e negli altri Paesi extra-europei?

Per il semplice motivo che purtroppo la politica si fa anche con le lobbies e quelle della grande distribuzione, in particolare del Nord Europa, contano sicuramente di più dei piccoli produttori. Faccio un esempio: a Napoli, con i controlli eseguiti dalla Guardia di Finanza sui container in arrivo nella città, è diminuito il flusso delle merci arrivate nel nostro Paese ed è aumentato allo stesso tempo quello che ha come destinazione il porto di Rotterdam. Da lì le merci arrivano di nuovo in Italia. Ciò si verifica perché in Olanda vi sono aziende che hanno l’interesse di vendere in Italia. In questo modo, le imprese italiane subiscono una doppia beffa: perché arrivano comunque merci contraffatte nel nostro Paese e, allo stesso tempo, perché perdiamo competitività nei nostri porti. Il problema si risolve, allora, solo a livello europeo senza fare concessioni alle lobbies della grande distribuzione che, di fatto, influenzano in maniera determinante le politiche economiche dell’Europa.

Senza garanzie e controlli a livello internazionale non si salvaguarda la qualità dei nostri prodotti. Per questo motivo per le imprese artigiane è importante la tracciabilità per valorizzare tutta la filiera del sistema moda a garanzia del consumatore. Un capo può essere confezionato in Italia ma con tessuti che provengono dalla Cina. Niente di male, l’importante però è che il consumatore sia informato sulla provenienza del capo confezionato e anche su quella delle sue componenti. Per esempio, un abito potrebbe essere prodotto con tessuto di Biella in Italia, ma potrebbe essere anche essere confezionato all’estero con tessuto di Biella o di Prato. La garanzia sulla provenienza anche delle componenti dell’abito, della scarpa o quant’altro, sono un valore aggiunto a garanzia di tutti gli attori della filiera produttiva.

Alla luce dei suddetti problemi, come giudica l’azione del Governo da quando la contraffazione ed i rischi per il made in Italy sono divenuti così rilevanti e cosa ne pensa della proposta dell’istituzione del marchio di qualità?

L’azione del Governo è stata insufficiente come lo è stato quella dei governi precedenti. L’attenzione verso il sistema moda è sempre stata affermata a parole, ma non con fatti concreti. Da parte del Vice ministro Urso c’è stato, tuttavia, l’impegno a portare avanti, anche in sede comunitaria, il problema dell’obbligo del Marchio di origine, perlomeno per i prodotti di provenienza esterna all’Unione Europea. Si tratta di quei prodotti che provengono dai paesi extracomunitari e che, fino ad oggi, sono stati "naturalizzati". Per "prodotti naturalizzati" intendo quei prodotti che entrano in Europa senza contrassegno e che vengono etichettati come prodotti Made in Italy oppure che, non avendo alcun contrassegno, rimane sconosciuta la loro provenienza. Noi auspichiamo che venga approvato questo punto, che consideriamo molto importante, a prescindere dalle difficoltà dovute alla presenza delle lobbies della grande distribuzione.

A livello europeo, inoltre, vorremmo che si applicassero condizioni di reciprocità, ossia che venga riconosciuta la possibilità di vendere i nostri prodotti di qualità, e a prezzo elevato, alle nicchie di mercato costituite dai consumatori più abbienti dei Paesi emergenti, lasciando, allo stesso tempo, che prodotti stranieri, a più basso costo, siano venduti in Italia. Tutto questo deve essere fatto nel rispetto delle nostra normativa igienico - sanitaria.

Le condizioni di reciprocità possono rappresentare un volano importante per il nostro export. Da uno studio dei calzaturieri in India, si apprende che circa il 4% della popolazione (si tratta di ben 40 milioni di persone) vorrebbe acquistare calzature di fascia alta. Questo non si verifica perché il dazio fatto pagare dal governo indiano è del 15-20%, pregiudicando le vendite destinate alle fasce di reddito più alte di quel Paese.

Altro punto spinoso è quello della concorrenza sleale, soprattutto da parte della Cina. Le vendite sottocosto portate avanti dalla Cina sono volte a distruggere l’intera filiera produttiva dei paesi concorrenti. La Cina si sta "accaparrando", inoltre, gran parte delle materie prime sparse nel mondo determinando forti tensioni dal lato dei costi per le nostre imprese.

In conclusione, il problema più serio da risolvere è quello delle ispezioni. Infatti, senza controlli le leggi non bastano, anzi possono essere un’arma a doppio taglio. Infatti, se da un lato i controlli sulle merci contraffatte sono effettuate, con relativo successo, alle dogane, per un altro verso i controlli sulla corretta applicazione delle etichette non hanno alcun esito se non vengono effettuate direttamente in azienda. Sono cinque anni che chiediamo verifiche interne alle aziende ma le nostre richieste non hanno avuto alcun esito.

Qual è il vostro giudizio sull’istituzione di un marchio collettivo (l’Uomo di Leonardo) per i prodotti di "particolare qualità" diverso dal Made in italy?

Noi riteniamo che, per identificare i prodotti italiani, sia necessario utilizzare strumenti che non creino fraintendimenti. Due marchi che rechino ambedue la dicitura Made in Italy sono difficilmente realizzabili. Pertanto, riteniamo il marchio con il logo di Leonardo un marchio non legato alla qualità.. Vorremmo, senza niente togliere al marchio Made in Italy, già proposto e regolamentato dalla Comunità Europea, anche un marchio a garanzia dell’intera filiera italiana (full Made in italy). In questo modo, avremmo un Made in Italy riferito al manufatto interamente prodotto nel nostro Paese, la cui qualità è intrinseca e quindi non contestabile da nessuno.