Risparmio delle famiglie
Famiglie ‘indotte’ a investire in titoli a rischio
Più liquidità sui conti correnti dopo i casi di ‘Risparmio tradito’
• Antonio Ruda
I casi di distruzione del risparmio accumulato dalle famiglie, forse, non si ripeteranno presto con la stessa intensità e gravità, come nei casi Parmalat e Cirio, ma è molto probabile che crisi finanziarie sempre più frequenti potranno interessare le famiglie italiane nei prossimi anni. Dall’ultima indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane, risulta, infatti, che in dieci anni è triplicata la quota di famiglie italiane che detengono nel loro portafoglio attività finanziarie rischiose, passando dal 7,5% del 1991 al 21,5% del 2002 (grafico n. 1).
Secondo la Banca d’Italia sono da considerarsi rischiose le attività finanziarie costituite da azioni, da alcune categorie di obbligazioni e di fondi comuni, dalle gestioni patrimoniali e dai titoli esteri. In termini di valore i titoli rischiosi in possesso delle famiglie italiane rappresentano il 37% del totale pari a circa 940 miliardi di euro su un totale di circa 2.536 miliardi di euro di patrimonio finanziario accumulato dalle famiglie. Questa cifra rappresenta circa il 72% del nostro PIL, prodotto interno lordo, del 2003. Per comprendere il potenziale di rischio insito in questa situazione si pensi che il caso dei Bond Argentini ha interessato da solo un volume di risparmio pari a circa l’1% del PIL del nostro Paese.
In questo contesto aumentano i timori dei risparmiatori e, di conseguenza, cresce la propensione a rimanere "liquidi" come misura di riequilibrio del rischio. La quota di risparmio detenuto sotto forma di liquidità, costituito da banconote e depositi bancari, ha rappresentato nel 2003 una quota superiore al 28% dei risparmi delle famiglie (grafico n. 2), pari a circa 720 miliardi di euro.
Rispetto al 2000 l’aumento delle risorse liquide in possesso delle famiglie è stato, nel 2003, dell’ 11% a fronte di una contrazione dell’1,3% del patrimonio finanziario complessivo delle famiglie.
Nel grafico 3 sono riportate le percentuali di famiglie che possiedono titoli rischiosi suddivise per condizione professionale del capofamiglia, sempre con riguardo al periodo 1991-2002. Al primo posto fra i detentori di titoli a rischio troviamo i lavoratori autonomi con il 33,4% di famiglie che detengono attività finanziarie rischiose nel proprio portafoglio. Le famiglie dei lavoratori dipendenti e delle persone in condizione non professionale (pensionati e disoccupati) che possiedono prodotti di risparmio rischiosi sono state nel 2002 rispettivamente il 23 e il 15% circa (Grafico 3).
In tutte le categorie professionali la quota dei detentori di titoli a rischio è cresciuta in maniera pressoché uguale, triplicando nel periodo 1991-2002.
Poiché appare poco probabile che la propensione al rischio delle famiglie italiane sia cresciuta in maniera così uniforme passando dal lavoratore autonomo al pensionato, ciò indica che, in questi ultimi anni, è avvenuto ciò che in molti, oltre alla Federconsumatori, hanno denunciato dopo gli scandali dei bonds Argentini, Cirio e Parmalat: e cioè che la diffusione di strumenti di risparmio a rischio è avvenuta non tanto per una scelta dal lato della domanda, quanto per una strategia dell’offerta rappresentata dalle banche e dalle società di intermediazione mobiliare. Fra domanda e offerta di prodotti a finanziari rischiosi vi è un forte conflitto di interessi che trova una delle sue basi principali nel rapporto distorto che si è costituito negli ultimi anni fra banche e imprese. Il "Sole - 24 ore" del 25 gennaio 2004 scriveva: "I crack Parmalat e Cirio hanno riproposto con drammaticità l’esistenza del conflitto di interessi tra attività di erogazione dei crediti e di intermediazione del risparmio all’interno delle banche: cioè della circostanza che queste ultime possono consigliare i risparmiatori sulla base della propria convenienza a gestire i rapporti con le imprese finanziate…. La consulenza per gli investimenti delle famiglie è invece ora un’attività completamente integrata nelle banche universali, e quindi più a rischio di conflitti di interessi".
Accanto a un conflitto di interessi sembra esistere, dunque, un "conflitto nei profili di rischio" fra domanda e offerta di prodotti finanziari se è vero che le banche tendono a vendere prodotti di investimento e le famiglie chiedono prodotti di risparmio per assicurarsi il futuro. Non sempre i due concetti coincidono perché nell’investimento è implicito un rischio molte volte non "gradito" da lavoratori e pensionati. Il fatto è che in Italia manca qualsiasi informazione di tipo analitico e statistico che metta a confronto il profilo di rischio insito nell’offerta dei prodotti di risparmio e il profilo di rischio della domanda espressa dai risparmiatori.
In questa situazione ci sembra più che mai necessario arricchire le informazioni e le statistiche sul risparmio mettendo a confronto domanda e offerta di prodotti finanziari tenendo conto del diverso contenuto di rischio dei titoli offerti da quelli richiesti dai risparmiatori. È questo un compito non secondario al quale, secondo Federconsumatori, dovrà provvedere la nuova Autorità che sarà chiamata a vigilare sul nostro mercato finanziario.