Pirateria musicale, posti di lavoro
a rischio nelle imprese discografiche
In Italia la Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana) stima che il 27% del mercato discografico italiano è costituito dalla pirateria, cifra che raggiunge punte del 50% in alcune regioni del Sud, per un giro di affari di 121 milioni di euro l'anno.
di Manuela Colella
La pirateria musicale è un fenomeno che nel corso del tempo ha assunto rilevanti dimensioni sul mercato nazionale e su quello mondiale con pesanti conseguenze per le imprese discografiche, per il mercato del lavoro e per il fisco. Un’idea della portata del fenomeno si può ricavare dalla lettura dei dati forniti dalla Ifpi (federazione internazionale delle industrie discografiche) a seguito di uno studio che evidenzia il rapporto fra pirateria e diminuzione delle vendite di prodotti musicali nel mercato legale. Si tratta di dati stupefacenti.
Cominciamo col dare uno sguardo alla situazione degli Stati Uniti dove nell’ultimo anno si è registrata una diminuzione di vendite pari al 7,6% ed al Canada dove negli ultimi cinque anni le vendite sono calate addirittura del 30%. Dati analoghi si hanno anche per i paesi asiatici o dell’America latina ove si riscontrano nel 2003 diminuzioni di vendite pari rispettivamente al 7 ed al 14%. Il quadro non cambia se si rivolge l’attenzione all’Europa, difatti sempre dalla ricerca condotta dalla Ifpi emerge che: in Germania le vendite sono calate del 19% nel 2003 e complessivamente di più del 30% negli ultimi cinque anni, ed ancora in Francia, come in Svezia, Danimarca, Svizzera, Belgio, Portogallo, ed Irlanda la diminuzione delle vendite oscilla fra il 12 ed il 14%.
In Italia la situazione non è migliore, la Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana) stima che il 27% del mercato discografico italiano è costituito dalla pirateria, cifra che raggiunge punte del 50% in alcune regioni del Sud, e che ad essere maggiormente colpite sono le industrie musicali italiane. Non solo, si è calcolato che il giro d’affari annuo della pirateria nel nostro paese ammonta a 121 milioni di euro, determinando un danno per l’industria discografica italiana di ben 360 miliardi di euro di mancato fatturato. Tali cifre pongono l’Italia al sesto posto nella classifica mondiale stilata dalla Ifpi dei paesi con più alto livello di pirateria.
Le cifre sono esorbitanti tanto che ci si domanda ma come si è arrivati a tuttociò? Diversi sono i fattori che hanno concorso che si possono riassumere nel modo seguente:
· Sviluppo tecnologico in principio vi erano il long playing e la musicassetta, con apparecchiature di registrazione casalinghe, nel 1982 la Sony e la Philips, con l’intento di sostituire l’lp ed i suoi fruscii di fondo, introducono il compact disc, che si caratterizza per la digitalizzazione del suono e per la lettura ottica con raggio laser. Vengono introdotti sul mercato poi il masterizzatore (apparecchio collegabile ai computer che consente la lettura e la registrazione di file su cd) ed i cd vergini, ormai è fatta chiunque è in grado di realizzare copie qualitativamente perfette di un cd musicale.
· Mp3 e Internet il primo è un formato di compressione dei file che consente la loro rapida diffusione e trasmissione, internet è la rete il grande e nuovo modo di comunicare sfruttato anche dalla pirateria, dapprima con Napster sito in cui era possibile depositare i brani musicali a propria disposizione in un grande archivio e da cui scaricarne degli altri, il tutto gratuitamente, poi chiuso Napster con altri siti che realizzano il P2P (peer to peer) ovvero mettono in comunicazione diversi computer fra di loro per lo scambio diretto di file musicali.
· Organizzazioni criminali che investono sulla produzione e sulla distribuzione dei supporti contraffatti i ricavati di altre attività illegali quali traffico di droga e prostituzione, al fine di farli fruttare con un’attività a basso costo, alto rendimento e rispetto alle precedenti meno sanzionata. Esse hanno avviato un sistema talmente potente che è in grado di immettere sul mercato copie pirata di cd che ancora non sono in vendita nel mercato ufficiale perché in fase di promozione.
Ma ciò che influenza veramente la scelta è il prezzo del cd, che nel corso degli anni è andato sempre più aumentando, prima passando dalle 20.000 alle 30.000 lire, poi con l’avvento dell’euro si è arrivati ad un prezzo medio di ben 21 euro. Come sono giustificate tali cifre? E come è possibile che il cd pirata costi meno della metà di quello originale?
La comparazione fra gli elementi che compongono l’uno e l’altro ci può fornire una prima risposta. La nuova uscita di un artista, come evidenziato dalla FPM, costa 18-21 euro per il cd originale e 6 euro per quello pirata. Il prezzo di quest’ultimo è dato da: costi di produzione (prezzo del supporto registrabile, copia della copertina e bustina di plastica) pari a 0,50 euro, guadagno dell’ambulante 2,00 euro e guadagno della organizzazione criminale pari a 3,50 euro.
Il prezzo del cd originale è dato dalla somma di molteplici voci ed alti sono i costi ad esse corrispondenti, basti pensare che solo i costi di registrazione variano dai 100.000 ai 520.000 euro, ai quali si aggiungono quelli di realizzazione della copertina che oscillano fra i 20.000 ed i 40.000 euro, quelli di marketing e pubblicità che vanno dai 50.000 ai 400.000 euro ed infine le royalties corrisposte dalle case discografiche agli artisti, calcolate in misura percentuale del prezzo di vendita, e che a seconda dell’importanza dell’artista variano dai 36.000 euro al 1.500.000 euro.
Si tratta di cifre esorbitanti (fonte FISMED) osservando le quali viene da chiedersi se siano effettivamente giustificate, visto che sostenendo costi nettamente inferiori è possibile comunque realizzare un prodotto di buona qualità.
E non finisce qui, perché un altro elemento di grande peso concorre alla composizione del prezzo del cd originale è l’iva. Il cd è considerato un bene di lusso ed in quanto tale soggetto all’aliquota del 20%, a differenza ad esempio dei libri che inseriti nella categoria dei beni culturali godono della minor tassazione del 4%. Da molti degli addetti ai lavori l’iva è considerata fra le cause maggiori dell’ alto prezzo del cd a sua volta elemento principale del fenomeno della pirateria, tanto è vero che da anni ormai in molti, fra produttori, musicisti e cantanti, si battono affinché la musica possa essere considerata cultura e fruire delle agevolazioni (minore aliquota iva) che la diffusione di cultura necessita. Un modo per aggirare o quanto meno parzialmente risolvere il problema si è trovato, è quello di vendere i cd come inserti o allegati a quotidiani, periodici e riviste, in tal modo beneficiando dell’iva al 4%. È una tecnica adottata spesso per i vecchi classici o per vendere compilation con i successi di molti artisti nostrani, ma ovviamente ben lungi dall’essere considerata nel caso dell’uscita del nuovo disco di un artista importante e di grande tiratura.
BOX
Il cd masterizzato è una copia dell’originale fatta su supporto vergine con un masterizzatore, ha una copertina, in genere fotocopia di quella originale, di scarsa qualità, è privo di involucro e contenuto in bustine di plastica. È il tipo di cd pirata maggiormente acquistato e lo si trova presso venditori ambulanti o privati.
Il cd contraffatto si distingue dal precedente perché la copia è prodotta in stabilimenti industriali di replica di dischi ottici, è simile, se non identica, all’originale sia per la presentazione del cd che per quanto concerne il confezionamento e l’apposizione di timbri o marchi olografici che garantiscono la qualità del prodotto. Esso è prodotto con l’intento di trarre in inganno i consumatori per indurli all’acquisto di cd pirata venduti però al prezzo di quelli originali. In tal caso il canale di vendita preferito è quello dei negozi., con negozianti spesso inconsapevoli.